Sarei rimasto per ore là dentro, in quelle grandi stanze imbiancate da strati di gommapiuma, sotto soffitti lontani, dove treppiedi, stativi, trabattelli e pedane sorreggevano decine di grandi casse acustiche, tutte impegnate a gemere e gridare, a battere e fischiare, in un caos controllato che – di stanza in stanza – sommuoveva quello che di più interno avevamo.
Sì, perché eravamo in due – soltanto due in tutto quel mondo - solo noi due, a tenerci fermi il dentro stringendoci le mani, mentre camminavamo senza fermarci se non per vedere chi non c’era accanto a noi, perché quella volta era vero, c’eravamo davvero, noi due, ed eravamo in due, e a nessuno di noi importava il significato di quel delirio sonoro, fatto di così tante voci da diventare una sinfonia per popoli disperati - che se erano congolesi o pakistani, assiro-babilonesi, ottomani o giudei, se erano albanesi o greci dei bei tempi andati, se erano un qualunque popolo sofferente la cui sofferenza sia ancora da venire, allo stesso modo non ci interessava – perché importava soltanto che eravamo in due ed eravamo noi due, con lo stomaco vibrante e le scapole alate per motivi naturali, e le scarpe ancora addomesticate e i vestiti velati dalle nostre acque.
E bacini più che elastici – gambe pronte e colli protesi, e poi capelli e occhi e piedi - e poca saliva fra lingua e palato.
E i peli, attorcigliati in una silenziosa preghiera.